Buddies, cultural mediators | Mediatori culturali

Il mediatore culturale è una figura professionale che opera per facilitare l’interazione e la convivenza negli ambienti multiculturali, sia tra i cittadini di origini e culture varie che con le istituzioni pubbliche.In Italia, manca un quadro normativo unificato per definire il profilo professionale, le qualifiche, le mansioni e l’inquadramento contrattuale della figura del Mediatore Interculturale. La situazione varia da regione a regione, certe volte anche da comune a comune. Ma con il tempo, l’esperienza, la messa a confronto di varie esperienze e buone pratiche, si può tracciare un profilo abbastanza chiaro di cos’è un Mediatore culturale. Come lo si diventa, cosa fa, dove opera e in qali condizioni. Ma prima di dire cos’è il mediatore cultutale in Italia, oggi, vediamo com’è e quand’è apparsa questa figura professionale?

Storia della mediazione culturale

L’Italia è una terra che, più di ogni altra, ha conosciuto la migrazione. Ma per secoli l’ha vissuta sulla propria pelle come Emigrazione. Dalla metà del dicianovesimo secolo fino a oggi, milioni di cittadini Italiani hanno dovuto lasciare la propria terra per trovare una vita decente altrove. Infatti, oggi, anche se il termine emigranti è caduto in disuso, oltre il circa 5 milioni di cittadini nati in Italia e residenti all’estero, ci sono tra i 60 e 80 milioni di Oriundi, i discendenti dei migranti, nelle americhe e nel Nord Europa, in modo particolare.

Dopo la II° Guerra Mondiale il paese entra in una fase di industrializzazione veloce che lo porta alla ricostruzione post bellica, poi all’uscita dalla povertà fino a diventare una delle maggiori potenze industriali del pianeta. Questo frena progressivamente i flussi di emigrazione verso l’estero. E poi, verso la fine degli anni 70′ comincia a costituirsi un flusso in entrata di Immigrazione.

Come succede spesso, i primi migranti erano per alcune nazionalità solo uomini che lavoravano nell’agricoltura, nell’edilizia, nel commercio. Per altre nazionalità, c’erano solo donne che lavoravano nella collaborazione domestica (donne di servizio, assitenti di cura per anziani, bambini e persone malate). Si parlava di immigrazione invisibile. Braccia senza pretese nè diritti. Alla fine degli anni 80 il numero era cresciuto tanto, in modo particolare con arrivi significativi dal Marocco e dall’Albania. Nel 1990 fu adottata la prima legge quadro, detta legge Martelli, che regolarizzava la presenza dei cittadini stranieri sul territorio italiano, dando loro un riconoscimento ufficiale, dei diritti. L’arrivo in Italia di popolazioni di origine magrebina negli anni 80′ e albanese negli anni 90′, ha generato situazioni nuove e che richiedevano una nuova legislazione, prima negli ambiti lavorativo,  scolastico e sanitario, poi in seguito, in quelli della gestione dell’ordine pubblico, la giustizia, l’amministrazione pubblica, gli sportelli di informazione, le banche e in vari altri ambiti. Nel frattempo i numeri e le aree di provenienza delle nuove popolazioni aumentavano.

Urgeva l’ingresso in campo di una nuova figura professionale, quella del Mediatore Interculturale, in grado di tradurre la lingua, spiegare la cultura, aiutare a risolvere problemi, proporre soluzioni, mediare nei conflitti, progettare e valorizzare le risorse per una convivenza pacifica tra i cittadini di origine straniera da una parte e la popolazione e le istituzioni italiani dall’altra. Passando gli anni, con l’arrivo dei flussi di profughi  dall’Africa e da altre zone del mondo in guerra, la figura del Mediatore Interculturale entra a giocare un ruolo centrale nei Centri di Accoglienza Temporanea per adulti e per minori.

I primi corsi per “mediatori”

E’ intorno agli anni 1990-1995 che iniziano i primi grandi corsi di formazione per i Mediatori Interculturali. Generalmente finanziati dalle Regioni o dal Ministero del Lavoro, alcuni altri dal Fondo Sociale Europeo (Cies  e Fondazione Andolfi a Roma, Cospe a Firenze). All’inizio i corsi di “mediazione culturale” erano frequentati in maggioranza da italiani. E’ solo in un secondo momento che ci si è resi conto del fatto che non si trattava solo di mediazione linguistica (tradurre da una lingua all’altra) né di mediazione culturale (avvicinare un profano a un concetto o una disciplina culturale). Si tratta in questo caso di mediare tra due culture, due visioni del mondo, due sistemi di pensiero.

La disciplina richiede quindi, oltre alla conoscenza della lingua di origine e dell’italiano, anche una buona conoscenza sia della cultura di origine degli immigrati che quella del paese di approdo. Il profilo ideale del Mediatore Interculturale si definisce quindi da sé: un immigrato che  ha una buona conoscenza del paese e della cultura d’origine e che ha vissuto abbastanza in Italia da conoscerne bene la lingua, le usanze, la cultura, il sistema politico, sociale, amministrativo e culturale. La formazione serve a dare una migliore conoscenza del territorio e delle istituzioni e strumenti per mediare.

Chi è il mediatore culturale e che cosa fa?

Il mediatore culturale è una persona adulta, che proviene da una delle aree di origine di una delle popolazioni immigrate, che vive da almeno due anni in Italia, che ha almeno un diploma di scuola superiore, e possiede ottime competenze linguistiche sia in lingua madre che in italiano. Inoltre il mediatore è in grado di comprendere e interpretare i codici culturali sia del paese d’origine che di quello di accoglienza. Il mediatore culturale si definisce come un operatore competente che funge da cerniera tra gli immigrati e il contesto territoriale e sociale in cui vivono e lavorano. Il mediatore culturale interviene nelle seguenti attività:

  • intermediazione linguistica;
  • accompagnamento nei percorsi individuali;
  • facilitazione degli scambi tra cittadini immigrati e operatori, servizi e istituzioni;
  • analisi dei bisogni e delle risorse di un singolo utente o di un gruppo;
  • orientamento e progettazione di iniziative e strumenti che aiutano l’integrazione.

Le funzioni della mediazione sono multiple: traduzione, comunicazione interpersonale tenendo conto delle differenze culturali, etniche, religiose, di genere e di vissuto; saper ascoltare ed essere empatici; riconoscere e valorizzare le differenze. Gli ambiti di intervento del mediatore sono: Il sistema educativo e formativo, salute, giustizia, pubblica amministrazione, sicurezza e accoglienza di primo livello; e, alla fine, anche nel settore privato di no-profit (Protezione Civile, Croce Rossa, Ong, associazionismo laico e religioso). I servizi di mediazione interculturale si differenziano in base alle aree di specializzazione, alle situazioni e alle necessità, ordinarie o dettate dalle necessità per le quali  vengono impiegati.

Quadro normativo

La definizione, a cominciare dal nome, il ruolo e l’utilità del mediatore Interculturale sono solo abbozzati nei testi di legge:

  • N° 40 del 6 marzo 1998 e decreto legislativo nr 286 del 25 luglio 1998 ” Testo unico delle disposizioni e concernenti la disciplina dell’ immigrazione”;
  • Dpr nr 394 del 31 agosto 1999 ( norme sulla condizione dello straniero);
  • per il sistema sanitario: la legge nr 7 del 2006,art.7;
  • nell’ambito dell’istruzione, circolari ministeriali nr 205 del 26 luglio 1990 “La scuola dell’obligo e gli alunni stranieri. L’educazione interculturale” e quella del 1 marzo del 2006.

La Conferenza di Padova nel 2002 promossa dal Ministero del Lavoro, costruisce la prima ricognizione sistematica delle caratteristiche possibili del mediatore interculturale e la prima mappatura degli enti pubblici e privati che se ne occupano, raccolti nella ricerca del Cisp del 2003, e il tavolo del Cnel (2000), in cui partecipano tutti gli attori coinvolti in questo tema. Il documento finale elaborato dal tavolo del Cnel ha proposto degli standard sia per il percorso formativo che per l’attività lavorativa del mediatore, sulle quali anche le regioni e gli enti locali hanno basato le loro iniziative per “normare” il profilo professionale.

Norme regionali

Per quanto riguarda le Regioni, solo alcune definiscono con una apposita delibera la figura con riferimento a ruolo, formazione, professionalità, competenze, modalità e ambiti di intervento. La prima a normare la figura professionale del Mediatore Interculturale è stata la Toscana nel 1997. Seguita dal 2000 al 2006 da Abruzzo, Campania, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Piemonte, Alto Adige e Valle d’Aosta.

La definizione della figura del mediatore nelle varie delibere regionali varia da una all’altra. Viene definito come “operatore interculturale”, “tecnico”, “immigrato con esperienza di migrazione che conosce i codici linguistici e culturali della popolazione migrante di riferimento”, “accompagnatore di relazioni”, “ponte di collegamento tra culture diverse”.

Alcuni non specificano né ruolo né competenze, anche se offrono più ambiti di intervento. Invece, la Regione Marche, con la legge regionale del 2 marzo 1998, é una delle prime regioni a dedicare un articolo (articolo 18) al Mediatore Interculturale, specificando che “i comuni e le comunità montane per la realizzazione di quanto previsto dalla presente legge possono avvalersi di immigrati esperti e qualificati”. In alcune regioni o province sono stabiliti anche dei registri con un elenchi di mediatori culturali che però, non costituiscono un vero albo professionale. Questo strumento serve per accreditare e distinguere il millantatore dal mediatore, sia per facilitare il loro reperimento in caso di necessità.

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